venerdì 01 dicembre 2006
Diario portoghese di un "quasi" umanista
Categoria: eventi, Il Fannullone 13, Nuovo Umanesimo, Storie ed Esperienze
Autore: Dario Tulipano
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“Mi piacciono certe piazze silenziose decorate da piccoli caffé discreti..” così Fernando Pessoa su Lisbona. La città piace per la discrezione dei suoi abitanti, la sua bellezza morbida, avvolgente come la nebbia delle albe portoghesi. Lunghi mattini tra il diafano e l’oscuro, lentezza gioiosa del sole, occhi di donne su cui sarebbe bello potersi riposare. Strade, meandri indistricabili, salite erte e vertiginose discese. Ti ritrovi così a subire quel sentimento leggero ma penetrante che spinse Ulisse al ritorno, quel “dolore del ritorno”, parafrasando il significato greco di nostalgia, verso epoche che non per forze devi aver vissuto. In questo senso credo che la nostalgia sia il sentimento più “umanista” che possa esistere: ritornare a quando l’essere umano era “umano”. riacquistare quell’età dell’oro che non degli dei falsi e bugiardi ci hanno negato, ma noi stessi. Siamo ancora capaci di essere umani?
In questo contesto mistico-carnale che offre la Lusitania, il forum ha trovato.a mio modo di vedere le cose, la collocazione ideale. Centinaia di donne e di uomini divisi, ma non troppo, dalla lingua ma uniti nel linguaggio sentimentale delle loro convinzioni più profonde. Ciò che maggiormente ha colpito me, inguaribile scettico illuminista, è stato l’alto senso di condivisione che era tangibile tra le persone. La fusione intima di quegli ideali che condivido con gli altri ma che, per una mia innata sfiducia nell’essere umano, non mi riesce di partecipare senza cinismo. Devo ammettere che Lisbona mi ha aperto gli occhi sulla forza della gente e mi ha aiutato ad allontanarmi dal baratro della rassegnazione in cui, vuoi per abitudine o per pigrizia, stavo per precipitare. Grazie a Lisbona e a tutte le umaniste e gli umanisti che vi ho incontrato ho scoperto che tra una vita senza speranza ed una che ne è invece intrisa è molto meglio vivere sperando ed avendo fiducia nelle persone. Questo ho imparato da Lisbona.
Rimangono tuttavia alcuni aspetti del nuovo umanesimo che non riesco ancora ad accettare, che mi stanno un pò stretti, ma tutto a suo tempo. Io sono lento ed amo la lentezza. Il tempo trascina con se le cose del mondo, le lega in un ordine progressivo, le mette in fila mentre nella vita erano sparse qua e là, un pò a casaccio. Ma per comprendere meglio quale e quanta sia la bellezza della vita che viviamo, dobbiamo andare lenti.
Andare lenti è conoscere le mille differenze della propria forma di vita, i nomi degli amici, i colori e le piogge. Andare lenti è rispettare il tempo, abitarlo con poche cose di grande valore. Andare lenti è ruminare, imitare lo sguardo infinito dei buoi. Andare lenti vuol dire avere un grande armadio per tutti i sogni. Andare lenti è il filosofare di tutti, vivere ad un altra velocità. Andare lenti significa poter scendere senza farsi male, assaggiare con il corpo la terra che attraversiamo. andare lenti vuol dire ringraziare il mondo, farsene riempire. Il pensiero lento offrirà riparo ai profughi del pensiero veloce, quando la macchina comincerà a tremare. Bisogna fin da adesso camminare, pensare a piedi, guardare lentamente. La lentezza sa amare la velocità.
Muito obrigado.