lunedì 10 aprile 2006
Intervista a Gianmario Mazzola
Autore: a cura di pablo de Leo
23 anni, di Lissone.. Gianmario Mazzola è nel mondo della creatività già da diverso tempo.. sentiamo cosa ha da dirci…
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Come è venuta la scelta di fare arte? Ha seguito un impulso di espressività creativa oppure ha cominciato dopo per curiosità?
Disegno da sempre. Già durante le scuole medie ho partecipato a vari concorsi, prediligendo le materie grafico/artistiche. In seguito, dopo essermi iscritto al Liceo Artistico, ho ricevuto una formazione molto rigorosa che mi ha consentito di sviluppare un mio stile personale, molto grafico, che porta in sé l’influenza dei lavori di personalità come Bruno Munari, un grafico degli anni settanta. Ho sempre lasciato un po’ da parte tutto ciò che riguarda l’informale e il gestuale. Apprezzo questi stili avendoli provati entrambi in ambito scolastico, ma ho preferito proseguire seguendo una linea molto più formale e ordinata. Infatti è mia abitudine impostare ed impaginare le mie creazioni in modo sintetico e rigoroso, così come dare spiegazioni, giustificazioni plausibili per la scelta e lo sviluppo dei miei soggetti, informazioni che ognuno può poi rileggere in chiave personale.
In definitiva la creatività mi appartiene da sempre: ricordo i primi tentativi infantili di padroneggiare la forma con il Lego, che utilizzavo per costruire macchine ispirate dal mondo delle tecnologie. Usavo spesso anche materiali di recupero come i cartoni per l’imballaggio dei mobili, che trovavo nei luoghi di lavoro di mio padre architetto.
La creatività per lei rappresenta un fine in sé oppure un mezzo per il raggiungimento di altri scopi (personali, sociali, morali…)?
Nel mio lavoro seguo da sempre due linee parallele: da una parte il disegno per puro piacere personale. Dall’altra invece porto avanti una ricerca basata sulla sintesi dell’iconografia moderna e sulla rielaborazione di alcuni elementi che la compongono. Ad esempio impiego alcuni simboli facilmente riconoscibili e comprensibili come l’omino stilizzato dei semafori, o la chiocciola delle e-mail, o il simbolo dell’euro; dopo una fase di schizzi, prende forma l’opera vera e propria, generalmente su tavole di legno con l’aggiunta di materiali tecnologici come pulsanti delle tastiere pc e circuiti elettronici. In questo campo, pur operando con una certa apertura d’influenze cerco di mantenere una maniera esecutiva particolare che sostenga la mia riconoscibilità e la mia estetica, con un occhio orientato all’identificazione di temi di rilevanza sociale: ad esempio ricorrono icone come la lampadina che rappresenta l’idea, il cuore per il lato sentimentale dell’uomo, la bandierina per mostrare i traguardi da raggiungere, e come ho accennato prima l’euro, la chiocciola...
L’opera “new house of man” del 2001 invece prende spunto dall’osservazione di un’umanità inglobata, sovrastata dalle tecnologie: basti pensare al black-out avvenuto l’anno scorso, fortunatamente in un giorno festivo. Cosa sarebbe successo se fosse accaduto in un giorno feriale? Oggi non è possibile rinunciare alle tecnologie.
Quale è secondo lei il ruolo dell’arte nella società moderna?
Credo sia arte tutto ciò che nasce dalla creatività umana. L’ispirazione collettiva nasce grazie ai percorsi di artisti che creando le proprie opere in modo consapevole, o meno, influenzano i vari ambiti della nostra società, come la comunicazione, la moda, il design.
Senza l’operato di tali artisti non ci sarebbe alcuna forma di stimolo per la cultura…non ci sarebbe dibattito.
I grandi maestri dell’arte sollevano spesso grandi temi con l’esposizione delle loro creazioni, dando origine a scambi di opinioni non solo esclusivamente artistiche ma anche sociali e culturali. Ma tutto va fatto con “scientificità”: l’artista si serve talvolta di gesti eclatanti per esprimersi, ma se essi non sono sostenuti da una riflessione ideologica profonda ed autentica sono poco credibili. Per quanto mi riguarda, il mio processo creativo si realizza con l’uso costante di una linea grafica personale… pur cambiando le tematiche e i soggetti della mia ricerca artistica, credo non snaturerò mai il mio stile.
L’arte è prima di tutto comunicazione. E’ superata l’idea dell’artista solitario assente dal suo momento storico. L’artista oggi sperimenta nuovi percorsi creativi attingendo direttamente da ciò che lo circonda. Chi si dedica all’arte a porte chiuse finisce solo ad affinare la tecnica o a dilettarsi per piacere personale e privato.
Come è nata l’intenzione di realizzare un’opera a quattro mani con Matteo Pavi?
Io e Pavi ci conosciamo da tempo, avevamo preso parte ad un paio di mostre collettive anni fa… ritrovandoci di recente ci accorgemmo di voler fare qualcosa “a quattro mani”, Subito trovammo un livello di contatto grazie alla comune passione per il colore nero, che utilizziamo largamente entrambi, e trovammo delle analogie anche nelle interferenze cromatiche e materiche che aggiungevamo a tale colore. Pavi in genere utilizza filamenti di acciaio e metalli. Io invece inserisco componenti elettronici di scarto… dopo aver valutato i materiali necessari ed individuato i costi, ci siamo messi subito all’opera; io mi sono occupato dell’impostazione grafica e della disposizione dei tasti sulla tela, Pavi è invece intervenuto con curvature di fili di acciao. Abbiamo usato tali materiali per reinterpretare un simbolo per noi stimolante: l’uomo del canone di Vitruvio, come annunciatore di un contemporaneo rinascimento umano immerso nel tecnologico. L’esperienza è stata positiva, abbiamo collaborato senza intoppi.
Mi racconti qualche ricordo di questa esperienza.
Ricordo che durante le fasi notturne di lavoro ascoltavamo perlopiù musica elettronica, per avere l’ispirazione del tecnologico, tranne in qualche occasione in cui di punto in bianco si metteva su Buscaglione o Endrigo, per rilassare l’atmosfera e dare spazio anche ad uno scambio di umanità oltre che di interventi artistici…