Spartacus - moderna schiavitù
Sveglia, colazione, doccia, vesti-zione, in sella alla moto, direzione ufficio.
Una specie di crampo attanaglia lo stomaco, precursore dell’imminente “crisi da rientro”, che colpisce molti se non tutti, quando gli spensierati periodi vacanzieri lasciano il posto al sempre troppo brusco riaprirsi della stagione dedicata alla produttività.
lo stato di veglia non ancora pienamente raggiunto e il tragitto motociclistico casa- ufficio, stimolano la divagazione libera e, come spesso accade, quando la meta è ormai prossima, sorge qualche pensiero degno di ritenersi valido e sufficientemente strutturato per essere ricordato: “certo che questo “sistema” ha veramente raggiunto un altissimo grado di sofisticazione, tale da permettere ai suoi schiavi persino qualche giorno di libera uscita che quelli torneranno autonomamente e spontaneamente nella stessa identica posizione, salvo qualche rarissima quanto trascurabile defezione”.
Eppure durante il viaggio era nitidamente chiaro di arrivare da una condizione di scelta e di piacere e di dirigersi verso una meta, al contrario, non scelta e proprio per questo spiacevole, ma il mezzo di trasporto viaggiava inesorabile con il suo passeggero assonnato e svuotato da ogni velleità di
ribellione.
D’altra parte ci si chiede dove si potrebbe andare, cosa si oserebbe fare, cosa si dovrebbe pensare se non si rientrasse con il corpo e con la mente nella consueta, affettuosa e familiare shiavitù personalizzata. Non sembrano esserci vincoli tangibili e concreti che impediscano la fuga degli schiavi, i corpi sono liberi, non come un tempo o in altri luoghi, incatenati e controllati a vista.
Forse anche ai tempi della schiavitù “standard”, quella che riconosciamo come tale, qualcuno poteva scappare, in un attimo di distrazione delle guardie, tagliando nottetempo un anello della catena ormai arrugginita, ma dove andare, cosa fare, cosa pensare?
Uno schiavo sarebbe sempre stato riconosciuto come tale, non avendo una posizione alternativa da assumere e sostenere, non avrebbe avuto un luogo e un ambiente in cui costruire la sua nuova realtà e avrebbe terminato, esausto, la sua fuga, in una nuova colonia di schiavi. La sua catena inossidabile era quella mentale, la sua incapacità di liberarsi mentalmente, così come la schiavitù altrui che impedivano ad una nuova realtà di materializzarsi. Questo almeno fino a quando lo Spartaco di turno e un’idea, un sentimento maturato nell’insieme, non spezzarono l’anello che pareva inossidabile e ineluttabile.
Oggi mi pare lo stesso, fuori dalla mia colonia di schiavi, sarei solo un vagabondo, un disadattato, un fannullone, non avrei una nuova realtà da costruire a cui dare il mio contributo, mentre nella mia colonia sono molto
utile, attivo ed integrato.
Non ci sono ancora l’idea e il sentimento forti e incontenibili che possano spezzare la catena invisibile, c’è il quotidiano interrogativo, l’ansia e il senso di ingiusta oppressione, basi di quel futuro che probabilmente verrà, ma che si vorrebbe oggi, quasi una questione di fede, data la sua invisibilità e non prevedibilità.
Anche io, come molti se non tutti, torno nella mia colonia di moderna schiavitù, riposato, ricco di nuove energie e promesse per l’imminente futuro produttivo. Il fugace quanto superficiale pensiero di fuga, balenato forse per un casuale gioco di luci e profumi nel tragitto motociclistico casa-ufficio, verrà presto riassorbito dagli stress e dalle soddisfazioni quotidiane, ma un granello di quell’aspirazione di libertà si depositerà nel fondale dell’oceano della coscienza, sedimenterà e si predisporrà per accogliere altri, sempre più grandi, solidi, consapevoli granelli di libertà.
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